giovedì 9 luglio 2009

EPPURE SI PUO' CAMBIARE!


Qualcuno mi disse: " Gli individui sono destinati a cambiare per tutto il tempo della loro vita".
Mi colpisce in questo momento più che mai, l'ignoranza di alcuni nell'incapacità di opporsi con forza alla possibilità affrontare il proprio cambiamento. Diviene inevitabile obbligare gli altri a subire i propri malesseri.
Questi sono atteggiamenti nevrotici che non si risolvono con modalità razionali e ogni tentativo, da parte degli altri di trovare una ragionevole via logica diviene vana.
Tale comportamento, se lo immaginiamo in campo lavorativo, non avrà certo risultati creativi, ma bensì l'individuo si rapporterà in modo sterile ed improduttivo. Cosichè, saranno gli altri a svolgere le mansioni al posto suo. Le relazioni divengono talmente soffocanti e prive di estro che inevitabilmente si trasformano in aggressività. Queste, le condizioni in un ambiente lavorativo che appaiono difficili, dove le comunicazioni divengono cariche di azioni colme di collera.
Allora, mi domando: pensando al benessere del lavoratore se sia giusto dover lavorare subendo la violenza del comportamento quando questi significa non vivere, ma sopravvivere nel caos o peggio ancora, come diceva Jean-Jacques Rousseau: Homo homini lupus.
Tiziana... veramente stanca!

martedì 7 luglio 2009

Per te Michael




Tiziana

lunedì 29 giugno 2009

IL NOSTRO VIAGGIO




C'era una volta un cavaliere che cercava il suo cuore. Così, durante il suo girovagare incontrò un saggio che gli disse che il suo cuore lo avrebbe trovato dall'altro capo del mondo. Il cavaliere partì per il lungo viaggio, ma quando arrivò dall'altra parte del mondo non trovò il suo cuore.
Deluso, il cavaliere riprese il lungo viaggio che lo attendeva per tornare dal saggio. Una volta giunto dal vecchio si rivolse a lui con tutta l'amarezza che aveva per non essere riuscito nella sua missione. Fu allora che il saggio gli rivelò che in realtà egli aveva trovato il suo cuore.

Il nostro viaggio non è una battaglia disperata alla ricerca continua verso un qualcosa di assoluto che si trova al fuori di noi che che perciò dobbiamo disperatamente cercare. La vita è un viaggio fatto di momenti dove dobbiamo impadronirci delle essenze e cercando il più possibile di comprendere ciò che ci accade. Ciò permetterà di arricchirci interiormente e di crescere.
Tiziana.

mercoledì 24 giugno 2009

INSEGNAMI AD AMARE


La relazione amorosa comporta spesso l'innalzamento di un muro inevitabile e la ruttura è l'unica soluzione. Perché non si riesce a di dire Ti Amo perché diviene così difficile lasciarsi andare.
Eppure siamo pienamente conviti che questa sia la persona giusta, invece gli individui stianno insieme e inevitabilmente si fanno solo del male.
Siamo afflitti da una insoddisfazione che cerchiamo di colmare e placare con altro. Ed ecco che affoghiamo i nostri interessi in altro pur di non pensare alla nostra relazione. Ci catapultiamo nello studio, nel lavoro, nei figli, compriamo ogni genere di cose anche se non ci servono e chissà se poi le indosseremo... tutto per il fatto di non pensare di rimandare pur di non affrontare . Ma come diceva la cara nonna: i nodi prima o poi tornano al pettine. Allora è bene fermarsi, soffermarsi e guardarsi dendro. Cercado di affrontare con coraggio e spogliarsi di fronte a quelle che sono le fatiche delle difficoltà.
Forse, le incomprensioni, divernteranno questioni più concrete, più reali più certe da affrontare insieme, non soli.
Le relazioni sono dette così perché vissute insieme , se si sta bene con se stessi si riesce a star bene con gli altri e a far star bene anche chi si ha al proprio fianco.
Essere troppo distaccati e non parlare significa allontanarsi sempre di più e ciò significa inevitabilmente un mancato riconoscimento di quello che era in significato di partenza della coppia. Ognuno va per la propria strada, si vive insieme ma poi che cosa c'è? Piano piano si innalza il muro.
Ecco perchè quando capita questo è indispensabile fermarsi e iniziare a guardarsi dento per non perdere ciò che si è costruito èimportante provare a dire: "Insegnami ad amere non so più come si fa".
Anche questo fa parte della vita di tutti i giorni, che pone gli individui nel mondo delle relazioni faticosamente costruite e mantenute nel tempo.
Tiziana.



venerdì 12 giugno 2009

LA SOLITUDINE


Vorrei iniziare con un affermazione: non bisogna soffrire come se non avessimo speranze. Eppure, per alcuni individui, la solitudine diviene una condizione esistenziale. Nel vocabolario della lingua italiana la definizione solitudine cita:
solitùdine: solitùdine

s. f.

lo stato di chi sta o vive solo

l'assenza di persone in un luogo
concr. luogo solitario, non frequentato, deserto.

Alle volte, gli individui si
possono verificare nella solitudine anche in situazioni di vicinanza con gli altri. Nei rapporti, fatti di tutti i giorni, quelli che noi definiamo convenzionali, l'individuo non è se stesso deve adottare dei meccanismi tali che sotto stanno a degli atteggiamenti e linguaggi ingabbiati ed ingabbianti. Mi verrebbe da dire: da un lato la vita è divisa da due aspetti: relazioni false e di conseguenza aride le quali inevitabilmente generano sofferenza interiore. Dall'altra, legami autentici che capaci di far soffrise se, l'individuo non è in grado di sostenere relazioni autentiche.
Ed è allora che bisogna dar spazio ai sentimenti.
Il sentimento è ciò di più vero che si possa esprimere anche se, non sempre si è in grado di farlo .E' un pò come metteresi a nudo e questo è difficile, non tutti siamo pronti, senza difese ad aspettare di essere ...chissà forse colpiti. Così, non sempre l'individuio risulta capace di chiarire quello che è il proprio sentimento e perciò la via della menzogna, della falsità è la via apparentemente più sicura.Si pensa crei degli scudi protettivi , ma così facendo si cade in quel circolo vizioso dal quale sarà difficile uscirne.
Il sentimento della solitudine, credo sia uno dei più antichi che noi abbiamo, è un'esperienza dolorosa e come tale, va schiacciata, ma primo o poi, con essa ci dobbiamo fare i conti perchè la solitudine è capace di generare dolore, e chi di noi non lo ha mai provato?
Tiziana.



B.Brecht




martedì 2 giugno 2009

LA LIBERTA'



Giovedì mattina mi è capitato di parlare con i miei due colleghi  sul senso della libertà. Questo periodo di breve vacanza, mi ha portato ad una breve riflessione:

vivere nella libertà, significa dunque muoversi continuamente dentro le difficoltà.
Senza di esse, non potremmo assaporare la libertà. 
Quale esempio più calzante se non il periodo adolescenziale, tale fase è  una continua contrapposizione con i comportamenti e le idee dei genitori. Eppure, questi  atteggiamenti sono indispensabili negli adolescenti, perché è come se ponessero in un certo senso le prime basi  di una loro responsabilità che va a rafforzare il loro modo di essere anche se ciò comporta la dichiarazione di guerra in casa, come  tutti i genitori definiscono questo periodo!
Allora, è indispensabile comprendere quando sia importante l'autonomia e che le regole non sono solo quelle dei genitori, ma che anche l'adolescente inizia in questa fase ad avere delle sue regole.
Diceva Goethe:" ... il carattere delle grandi cose come nelle piccole sta nel fatto che l'uomo sia in grado di perseguire con ferma e costanza ciò di cui si sente capace".
Tiziana.

mercoledì 13 maggio 2009

I SETTE SVEVI

di Jakob e Wilhelm Grimm

C'erano una volta sette svevi: Sciulz, Giacomo, Marco, Giorgio, Michele, Gianni e Gigino. Insieme partirono in cerca di avventure. Poiché viaggiare era pericoloso, si fecero preparare una lancia, una sola ma molto lunga. Tenevano la lancia tutti e sette insieme: davanti Sciulz, il più coraggioso, dietro gli altri, fino a Gigino che chiudeva la marcia. Un giorno, un grosso calabrone si mise a ronzare rumorosamente in un prato, sbattendo le alucce. Sciulz, tremando per la paura, gridò: "Sento dei soldati che suonano il tamburo!". Giacomo che teneva la lancia dietro di lui disse: "Non c'è dubbio, sento l'odore della polvere e della miccia". Sciulz, fuggendo, saltò lo steccato ma ricadde sui denti di un rastrello e il manico lo colpì in piena faccia. "Ahi! Ahi! - gridò - mi arrendo!". Gli altri sei saltarono lo steccato uno dopo l'altro gridando: "Se tu ti arrendi, mi arrendo anch'io!". Alla fine, poiché non si vedeva in giro nessuno, capirono di essersi resi ridicoli e giurarono di non dire nulla. Proseguirono il loro viaggio e, dopo alcuni giorni, giunsero in un prato, ove una lepre stava all'erta con le orecchie dritte e i grandi occhi spalancati. I sette svevi, atterriti alla vista di quella spaventosa bestia, si consultarono: che fare? Se fossero fuggiti il mostro li avrebbe inseguiti e divorati tutti quanti. Allora pensarono: "Dobbiamo attaccar battaglia. Chi si mostra audace è già a metà strada verso la vittoria!". Tutti e sette presero la lancia, Sciulz in testa e Gigino in coda, ma Sciulz non osava avanzare, mentre Gigino dalla retroguardia gridava: "Forza! Uccidiamo quel mostro!". Ma Gianni: "Sei un bel fanfarone, strilli ma sei all'ultimo posto!". Michele allora gridò: "Amici, abbiamo a che fare proprio con il diavolo!". E Giorgio: "Se non è il diavolo, è almeno suo nipote o suo cugino!". Allora Marco ebbe un'idea: "Gigino, passa avanti e io ti seguirò!". Gigino fece finta di non sentire e Giacomo intervenne: "L'onore di guidare l'assalto tocca a Sciulz, il nostro eroe!". Allora, Sciulz raccolse il suo coraggio e disse: "Puntiamo la nostra lancia e facciamo vedere di cosa siamo capaci!". E insieme si lanciarono all'attacco. Ma Sciulz, più siavvicinava al nemico, più urlava di terrore: "Ahimè, la mia ultima ora è giunta!". La lepre, spaventata dalle urla, fuggì. "Perbacco! - gridò Sciulz - il diavolo è addirittura più furbo di quanto pensassi. Affronterebbe sei svevi; ma non sei svevi più uno Sciulz".
Ringalluzziti dall'impresa, i sette svevi ripartirono. Giunti sulla riva della Mosella, interrogarono un uomo per sapere se il fiume fosse profondo e se ci fosse un modo per raggiungere l'altra sponda. L'uomo, che era francese, non capiva una parola e chiedeva nella sua lingua: "Quoi? Quoi?". Sciulz capì: "Di qua!" e pensò che l'uomo gli indicasse il punto in cui il fiume si poteva attraversare a guado. Così, saltò nell'acqua, fu trascinato via dalla corrente e annegò.
Il suo cappello, spinto dal vento, raggiunse la riva opposta, una rana vi balzò sopra e gracidò: "Cra, cra, cra". Gli altri sentirono questa voce e dissero: "Sciulz ci sta chiamando, dice Qui! Qui!, attraversiamo!". Tutti e sei si lanciarono nell'acqua e nessuno fu più visto tornare in Svevia.

Riflettevo sulla mancanza di comunicazione. Ancora, sulla comunicazione distorta che avviene tra individui, attorno allo stesso "tavolo" dove nessuno adotta un linguaggio comune. Ragionavo come spesso si teme che ciò che non si conosce si pensa possa farci paura e appare più spaventoso o difficile da affrontare. Le cose semplici possano essere trattate e considerate ingestibili se non si ha un unico codice di comunicazione. Alle volte vi sono individui convinti che tutti ce l'abbiano con lui e per un qualche motivo misterioso il gruppo di lavoro deve coalizzarsi così, viene coinvolto in un circolo vizioso dal quale sarà difficile uscirne. Credo che a questo punto sia facile incappare in quella che potrebbere essere la disgregazione del gruppo di lavoro stesso.

Tiziana.