
Qualcuno mi disse: " Gli individui sono destinati a cambiare per tutto il tempo della loro vita".
Vivi con i bambini ed imparerai ad amare. Così diventerai tu un bambino e più ancora: un essere umano. Georg Walter Groddeck




| solitùdine: solitùdine s. f. lo stato di chi sta o vive solo l'assenza di persone in un luogo concr. luogo solitario, non frequentato, deserto. Alle volte, gli individui si possono verificare nella solitudine anche in situazioni di vicinanza con gli altri. Nei rapporti, fatti di tutti i giorni, quelli che noi definiamo convenzionali, l'individuo non è se stesso deve adottare dei meccanismi tali che sotto stanno a degli atteggiamenti e linguaggi ingabbiati ed ingabbianti. Mi verrebbe da dire: da un lato la vita è divisa da due aspetti: relazioni false e di conseguenza aride le quali inevitabilmente generano sofferenza interiore. Dall'altra, legami autentici che capaci di far soffrise se, l'individuo non è in grado di sostenere relazioni autentiche. Ed è allora che bisogna dar spazio ai sentimenti. Il sentimento è ciò di più vero che si possa esprimere anche se, non sempre si è in grado di farlo .E' un pò come metteresi a nudo e questo è difficile, non tutti siamo pronti, senza difese ad aspettare di essere ...chissà forse colpiti. Così, non sempre l'individuio risulta capace di chiarire quello che è il proprio sentimento e perciò la via della menzogna, della falsità è la via apparentemente più sicura.Si pensa crei degli scudi protettivi , ma così facendo si cade in quel circolo vizioso dal quale sarà difficile uscirne. Il sentimento della solitudine, credo sia uno dei più antichi che noi abbiamo, è un'esperienza dolorosa e come tale, va schiacciata, ma primo o poi, con essa ci dobbiamo fare i conti perchè la solitudine è capace di generare dolore, e chi di noi non lo ha mai provato? Tiziana.
| |||||

![]()
C'erano una volta sette svevi: Sciulz, Giacomo, Marco, Giorgio, Michele, Gianni e Gigino. Insieme partirono in cerca di avventure. Poiché viaggiare era pericoloso, si fecero preparare una lancia, una sola ma molto lunga. Tenevano la lancia tutti e sette insieme: davanti Sciulz, il più coraggioso, dietro gli altri, fino a Gigino che chiudeva la marcia. Un giorno, un grosso calabrone si mise a ronzare rumorosamente in un prato, sbattendo le alucce. Sciulz, tremando per la paura, gridò: "Sento dei soldati che suonano il tamburo!". Giacomo che teneva la lancia dietro di lui disse: "Non c'è dubbio, sento l'odore della polvere e della miccia". Sciulz, fuggendo, saltò lo steccato ma ricadde sui denti di un rastrello e il manico lo colpì in piena faccia. "Ahi! Ahi! - gridò - mi arrendo!". Gli altri sei saltarono lo steccato uno dopo l'altro gridando: "Se tu ti arrendi, mi arrendo anch'io!". Alla fine, poiché non si vedeva in giro nessuno, capirono di essersi resi ridicoli e giurarono di non dire nulla. Proseguirono il loro viaggio e, dopo alcuni giorni, giunsero in un prato, ove una lepre stava all'erta con le orecchie dritte e i grandi occhi spalancati. I sette svevi, atterriti alla vista di quella spaventosa bestia, si consultarono: che fare? Se fossero fuggiti il mostro li avrebbe inseguiti e divorati tutti quanti. Allora pensarono: "Dobbiamo attaccar battaglia. Chi si mostra audace è già a metà strada verso la vittoria!". Tutti e sette presero la lancia, Sciulz in testa e Gigino in coda, ma Sciulz non osava avanzare, mentre Gigino dalla retroguardia gridava: "Forza! Uccidiamo quel mostro!". Ma Gianni: "Sei un bel fanfarone, strilli ma sei all'ultimo posto!". Michele allora gridò: "Amici, abbiamo a che fare proprio con il diavolo!". E Giorgio: "Se non è il diavolo, è almeno suo nipote o suo cugino!". Allora Marco ebbe un'idea: "Gigino, passa avanti e io ti seguirò!". Gigino fece finta di non sentire e Giacomo intervenne: "L'onore di guidare l'assalto tocca a Sciulz, il nostro eroe!". Allora, Sciulz raccolse il suo coraggio e disse: "Puntiamo la nostra lancia e facciamo vedere di cosa siamo capaci!". E insieme si lanciarono all'attacco. Ma Sciulz, più si
avvicinava al nemico, più urlava di terrore: "Ahimè, la mia ultima ora è giunta!". La lepre, spaventata dalle urla, fuggì. "Perbacco! - gridò Sciulz - il diavolo è addirittura più furbo di quanto pensassi. Affronterebbe sei svevi; ma non sei svevi più uno Sciulz".
Ringalluzziti dall'impresa, i sette svevi ripartirono. Giunti sulla riva della Mosella, interrogarono un uomo per sapere se il fiume fosse profondo e se ci fosse un modo per raggiungere l'altra sponda. L'uomo, che era francese, non capiva una parola e chiedeva nella sua lingua: "Quoi? Quoi?". Sciulz capì: "Di qua!" e pensò che l'uomo gli indicasse il punto in cui il fiume si poteva attraversare a guado. Così, saltò nell'acqua, fu trascinato via dalla corrente e annegò.
Il suo cappello, spinto dal vento, raggiunse la riva opposta, una rana vi balzò sopra e gracidò: "Cra, cra, cra". Gli altri sentirono questa voce e dissero: "Sciulz ci sta chiamando, dice Qui! Qui!, attraversiamo!". Tutti e sei si lanciarono nell'acqua e nessuno fu più visto tornare in Svevia.
![]()
Riflettevo sulla mancanza di comunicazione. Ancora, sulla comunicazione distorta che avviene tra individui, attorno allo stesso "tavolo" dove nessuno adotta un linguaggio comune. Ragionavo come spesso si teme che ciò che non si conosce si pensa possa farci paura e appare più spaventoso o difficile da affrontare. Le cose semplici possano essere trattate e considerate ingestibili se non si ha un unico codice di comunicazione. Alle volte vi sono individui convinti che tutti ce l'abbiano con lui e per un qualche motivo misterioso il gruppo di lavoro deve coalizzarsi così, viene coinvolto in un circolo vizioso dal quale sarà difficile uscirne. Credo che a questo punto sia facile incappare in quella che potrebbere essere la disgregazione del gruppo di lavoro stesso.
Tiziana.